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Pilates Fitness Studio

Perché il dolore non sempre indica un danno

Quando sentiamo dolore, il nostro primo pensiero è quasi sempre lo stesso:

“C’è qualcosa di rotto.”

È una reazione comprensibile.

Il dolore ci preoccupa e, istintivamente, cerchiamo una causa precisa: un muscolo lesionato, un’articolazione consumata, un disco danneggiato.

Ma dopo oltre 25 anni trascorsi a lavorare con il movimento, ho imparato quanto sia importante spiegare alle persone un concetto:

dolore e danno non sono sempre la stessa cosa.

Questo non significa ignorare il dolore.

Significa imparare a comprenderlo meglio.

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Una persona che tiene la mano sulla zona lombare con espressione di dolore, rappresentando la tipica sintomatologia associata all’ernia del disco.

Il dolore è un sistema di protezione

Il dolore è prima di tutto un’esperienza di protezione.

Il nostro organismo utilizza segnali complessi per avvertirci quando percepisce una situazione come potenzialmente pericolosa.

Pensiamo a quando tocchiamo qualcosa di molto caldo.

Il dolore ci porta immediatamente ad allontanare la mano.

In questo caso il sistema svolge perfettamente la sua funzione.

Ma il dolore è molto più complesso di un semplice segnale proveniente da un tessuto.

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Dolore e danno non sono sempre proporzionali

Questa è una delle cose più difficili da comprendere.

Possiamo avere un danno importante e percepire relativamente poco dolore.

E possiamo avere molto dolore senza che sia presente una lesione proporzionata all’intensità dei sintomi.

Questo accade perché l’esperienza del dolore è influenzata da molti fattori.

Tra questi possono esserci:

  • esperienze precedenti
  • stress
  • qualità del sonno
  • paura del movimento
  • sensibilità del sistema nervoso
  • contesto in cui compare il dolore

Il dolore è reale.

Ma la sua intensità non rappresenta necessariamente una misura precisa del danno presente nei tessuti.

Quando il corpo diventa troppo protettivo

Mi piace spiegare questo concetto utilizzando l’esempio di un allarme.

Un buon sistema di allarme deve attivarsi quando qualcuno cerca di entrare in casa.

Ma immagina un allarme diventato estremamente sensibile.

Suona quando passa un gatto.

Suona con il vento.

Suona per una vibrazione.

L’allarme funziona.

Forse funziona persino troppo bene.

In alcune situazioni di dolore persistente può accadere qualcosa di simile.

Il sistema di protezione diventa più sensibile e alcuni movimenti vengono percepiti come minacciosi anche quando non rappresentano necessariamente un nuovo danno.

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La paura può cambiare il modo in cui ci muoviamo

Quando una persona prova dolore durante un movimento, spesso inizia ad evitarlo.

È naturale.

Se piegarmi mi ha fatto male, cercherò di non piegarmi.

Se ruotare il collo mi provoca dolore, inizierò a muoverlo meno.

Il problema nasce quando questa strategia continua nel tempo.

Il corpo può diventare più rigido.

Il movimento può perdere variabilità.

Possono comparire nuove compensazioni.

E lentamente la persona può perdere fiducia nel proprio corpo.

“Ho paura di farmi male”

Questa è una frase che sento molto spesso.

Ed è una frase che ascolto sempre con grande attenzione.

Perché prima ancora di proporre un esercizio dobbiamo comprendere la persona.

La sua esperienza.

Le sue paure.

La storia del suo dolore.

Dire semplicemente:

“Non hai niente, devi muoverti”

non è la soluzione.

Il dolore è reale e deve essere rispettato.

Ma rispettare il dolore non significa necessariamente smettere di muoversi.

Prima di tutto è necessario capire

Naturalmente un dolore nuovo, intenso, inspiegabile o associato ad altri sintomi deve essere valutato dalle figure sanitarie competenti.

Il chinesiologo non effettua diagnosi mediche.

Il nostro lavoro inizia nel campo del movimento, quando è appropriato intraprendere un percorso di esercizio.

Ed è proprio qui che la valutazione diventa fondamentale.

Cerchiamo di comprendere:

  • quali movimenti generano difficoltà
  • quali strategie utilizza il corpo
  • dove sono presenti rigidità
  • quali compensazioni si sono sviluppate
  • quanta fiducia la persona possiede ancora nel movimento

Perché non lavoriamo soltanto su un’articolazione.

Lavoriamo con una persona.

Tornare a muoversi in modo graduale

Quando il dolore ha portato una persona a limitare il movimento per molto tempo, raramente credo nell’approccio aggressivo.

Non serve dimostrare al corpo chi è più forte.

Serve ricostruire fiducia.

Partiamo da movimenti tollerabili.

Riduciamo le tensioni eccessive.

Cerchiamo nuove possibilità di movimento.

Aumentiamo progressivamente le richieste.

Il corpo deve avere il tempo di adattarsi.

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Il movimento può diventare nuovamente sicuro

Uno degli aspetti più belli del mio lavoro è osservare una persona che ricomincia a fare qualcosa che aveva paura di fare.

Piegarsi.

Ruotare.

Sollevare un braccio.

Scendere a terra.

All’inizio il movimento è prudente.

Poi diventa più libero.

Il corpo impara.

E, soprattutto, la persona ricomincia a fidarsi del proprio corpo.

Dove entra in gioco il Pilates?

Anche in questo caso il Pilates è uno strumento.

Non una cura universale per il dolore.

Inserito all’interno di un percorso personalizzato, può permetterci di lavorare in modo progressivo su:

  • mobilità
  • controllo del movimento
  • respirazione
  • forza
  • consapevolezza corporea

Il Reformer e gli altri attrezzi possono inoltre aiutarci a modulare il movimento e adattarlo alle capacità della persona.

Ma, ancora una volta, prima viene la persona.

Poi viene lo strumento.

Il dolore va ascoltato, ma anche compreso

Non credo che il dolore debba essere ignorato.

E non credo nemmeno che ogni dolore debba automaticamente diventare un motivo per smettere di muoversi.

Credo che debba essere ascoltato.

Valutato.

Compreso.

Dopo tanti anni di lavoro con le persone, ho visto quanto la paura possa lentamente restringere il loro mondo.

Prima si evita un movimento.

Poi un’attività.

Poi uno sport.

A volte persino semplici gesti quotidiani.

Il nostro obiettivo non è convincere qualcuno che il dolore “non esiste”.

Il dolore è reale.

Il nostro obiettivo è aiutare la persona, quando le condizioni lo permettono, a riscoprire gradualmente che il proprio corpo possiede ancora molte possibilità di movimento.

E molto spesso il primo passo è proprio tornare ad avere fiducia nel proprio corpo.

Valutazione del movimento in una persona con dolore ricorrente.